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La cultura alimentare ci appartiene: la nostra salute dipende da essa.

Il 15 novembre 2010 la Dieta Mediterranea è entrata a far parte del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco. La produzione di cibo ha un impatto ambientale non indifferente per via delle emissioni di gas serra, consumo di acqua dolce e sfruttamento del suolo. E’ emerso da uno studio che chi assume una dieta ricca di carboidrati, frutta e verdura ha ogni giorno un’impronta ecologica di 12,3 m2 e immette nell’atmosfera circa 2,2 Kg di CO2 contro i 26,8 m2 e 5,4 Kg di CO2 di chi si nutre seguendo una dieta ricca di carni, grassi e zuccheri raffinati. Pertanto, l’avvento un anno fa della doppia piramide che spiega il binomio alimento-ambiente, accerta che gli alimenti per cui è consigliato un consumo più frequente siano gli stessi a determinare minori impatti ambientali e viceversa; infatti nella nuova piramide alimentare mediterranea moderna (MD) la posizione dei cibi è in funzione sia del loro impatto positivo sulla salute che su quello ambientale.

Nonostante i ben noti vantaggi salutistici apportati dalla dieta mediterranea, sono in aumento sempre più i tassi di obesità della popolazione, soprattutto quella infantile e adolescenziale; tant’è che in Italia tra i bambini dai 6 agli 11 anni, uno su tre ha un peso superiore al normopeso. Sono soprattutto le regioni del sud Italia a detenere il primato di obesità; anche se a livello europeo l’Italia è al terzo posto dopo Romania e Svizzera nella classifica dei paesi cosiddetti snelli. Questo è dovuto all’avvento dei modelli alimentari nord-occidentali e alla diffusione dei fast-food, della vasta gamma di snack supercalorici di cui i piccoli ne sono assidui consumatori. Un problema l’aumento del peso, che insieme al poco movimento rende da adulti più suscettibili alle malattie cardiovascolari, diabete, asma, artrite, e tumori; nonché alla morte prematura. Per ridurre questi errati modelli alimentari che ogni giorno vengono supportati dalla pubblicità, bisognerebbe ripristinare le corrette abitudini alimentari, che devono essere trasmesse in primis dai genitori, i quali sono i maggiori responsabili delle abitudini alimentari dei figli sin dai primi anni di vita. Oggi l’alimentazione da parte dei giovani avviene in modo molto disordinato non solo dal punto di vista nutrizionale ma anche da quello sociale. Pertanto l’educazione, oltre che da parte dei genitori, deve essere divulgata anche a livello scolastico.
”Si può educare per legge”e“Se gli alimenti fossero parole, quante ne conoscono gli Italiani?”
(B.Ambrosini).
Le scuole contribuiscono mediante vari progetti per sensibilizzare i ragazzi ad alimentarsi bene, in salute e nel rispetto dell’ambiente. Fra i vari progetti Frutta nelle scuole che permette la distribuzione di frutta nelle scuole, Scuola e Cibo che è un progetto di educazione alimentare coordinato dal MIUR, campagne di sensibilizzazione promosse dal MiPAAF tra cui Mangia Bene e Cresci Meglio, Food 4U e Marinando. Una ennesima scelta promossa dai produttori della Centrale del latte di Alessandria e Asti, appoggiata dagli amministratori e agricoltori locali, è il progetto Vending che si basa sulla vendita attraverso box refrigerati negli istituti scolastici di prodotti sia dolci che salati, preparati a partire da materie prime della zona e che vengono selezionati da produttori locali, al fine di garantirne qualità e tracciabilità. Questi prodotti sono definiti a km 0 perché provenienti da filiera corta, cioè da zone di produzione che si trovano ad una distanza massima di 70 Km dal luogo di vendita; ed hanno come obbiettivo principale la promozione del patrimonio agroalimentare regionale, in grado sia di valorizzare le tipicità locali che di garantire la riduzione dei costi. Sapendo che un pasto medio prima di giungere sulle nostre tavole percorre oltre 1900 Km su camion, navi o aerei, riducendo questa distanza si garantisce nel contempo un minor impatto ambientale, grazie alla riduzione del trasporto delle materie prime e degli imballaggi.
Negli ultimi anni si sono diffuse le cosiddette fattorie didattiche, aziende agrituristiche o agroalimentari capaci di accogliere gruppi di scolaresche e/o famiglie, per insegnare loro i valori e le tradizioni del lavoro dei campi, portandoli a conoscenza dei prodotti tipici locali e dei vantaggi apportati dal loro consumo. Un simile provvedimento appoggiato dal Veneto e dalla Calabria è il menù a km 0 previsto nelle mense scolastiche, dove gli alimenti vengono preparati a partire da materie prime nostrane. Lo stesso è stato adottato anche dalle linee guida per la ristorazione scolastica fissate dal Ministero Italiano della Salute. Mercati regionali, vendita diretta, e l’informazione dei consumatori insieme con i provvedimenti adottati dalle scuole italiane favoriscono il mantenimento della biodiversità, che oltre a garantire un ampia gamma di prodotti di qualità è importante per la salvaguardia dell’equilibrio ecologico. I vantaggi del Km 0 riguardano quindi il basso costo, la sostenibilità, la freschezza dei prodotti, maggior controllo sulla tracciabilità, il ritorno ai profumi e ai sapori che caratterizzano le diverse stagioni. Il Km 0 può sicuramente garantire tutte queste caratteristiche ma in realtà, dato che ricopre un volume d’affari di circa tre miliardi di euro l’anno, non sarà solo una questione di marketing? Si può controllare l’origine dei prodotti a km 0 e l’attendibilità della produzione degli alimenti, affinché quest’ultima venga eseguita nel rispetto delle norme e della destinazione d’uso? Dati gli stili di vita frenetici della società moderna che consuma pasti sempre più veloci e di facile preparazione, la vendita diretta dei prodotti a Km 0, che oggi riguarda il 15-20% della popolazione vedrà una crescita? Questo porterà a preferire la dieta mediterranea?
Noi pensiamo che la qualità vada sempre premiata, anche se non ci si può accontentare delle produzioni alimentari regionali. Non si possono demonizzare però, le produzioni industriali che sono altrettanto sicure sia a livello igienico-sanitario che nutrizionale e/o salutistico.
Affinché i prodotti a Km 0 immessi sul mercato siano accreditati a livello legale, crediamo sia utile che i prodotti siano accompagnati da un certificato di garanzia e che questo, possa rappresentare un riconoscimento formale della provenienza e della qualità dei prodotti, sia per quelli di diretto consumo che per quelli destinati alla ristorazione. E’ altresì opportuno che vengano effettuate delle verifiche da parte di un’autorità indipendente, che in caso di frodi da parte degli agricoltori, possa comminare sanzioni.
Per concludere, citando l’articolo del chimico Dario Bressanini, ci chiediamo se il costo dei prodotti a Km 0 non sia superiore a quello dei prodotti importati e che la promozione dei prodotti nostrani su territorio italiano, non possa essere in contraddizione, e se l’acquisto dei singoli prodotti in fattoria non comporti un dispendio di costi e di tempo maggiori, rispetto all’acquisto nei supermercati.
http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it

Ogni singola persona, in base alla propria cultura tradizionale e in base ai propri stili di vita può scegliere quale modello preferito, quello che si avvicini di più alla cultura consumistica o quello più tipico della tradizione mediterranea; sarà cura del consumatore preferire l’acquisto dei prodotti attraverso la vendita diretta o mediante la GDO, in base ai vantaggi e svantaggi che esse offrono.


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